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Coltiviamo l’olivo da 3mila 700 anni

Redazione 3 Aprile 2025
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La storia della coltivazione dell’olivo in Italia affonda le radici per circa 3.700 anni. Recenti scoperte di pollini fossili nel lago di Ganzirri, vicino a Messina, attestano come questa pianta abbia avuto un impatto significativo sul nostro ecosistema. Le prime tracce della produzione di olio risalgono a quasi quattromila anni fa in Sicilia, dove gli antichi abitanti iniziarono a sfruttare piante selvatiche, dando avvio a una delle tradizioni più importanti della cultura mediterranea.

Le evidenze storiche indicate da una ricerca congiunta condotta dalle università della Tuscia, di Pisa, La Sapienza di Roma e il Max Planck Institute of Geoanthropology mostrano che già nel pieno dell’età del Bronzo l’olivo era presente in modo predominante nel paesaggio siciliano, anche se la sua coltivazione non aveva ancora assunto forme moderne. Jordan Palli, docente dell’Università della Tuscia, ha sottolineato l’importanza di questi protoliveti, i quali venivano probabilmente favoriti dalle popolazioni locali grazie agli scambi culturali con i micenei.

Questa interazione culturale ha rappresentato un’importante innovazione, in grado di modificare l’ambiente naturale. I pollini ritrovati indicano che l’olivo non era una presenza sporadica, ma dominava il paesaggio, fornendo frutti che venivano trasformati in olio, foglie utilizzate come foraggio per gli animali e legno per il riscaldamento. Tale versatilità è un valore che continua a stupire anche ai giorni nostri.

Tuttavia, la storia dell’olivo non è priva di alti e bassi. Con l’arrivo dei Greci in Sicilia, a partire dal XIII secolo a.C., si assiste a un grave declino degli oliveti, sostituiti dalla coltivazione di cereali. Solo con i Romani, a partire dal terzo secolo a.C., l’olivo riacquista centralità, diventando un elemento chiave per l’economia locale. I ricercatori suggeriscono che il rapporto tra l’uomo e questo albero non segua una direzione lineare ma sia influenzato da vari fattori, tra cui interessi alimentari e cambiamenti climatici.

Intervenendo nel X secolo d.C., gli Arabi manifestarono un maggiore interesse per altre piante, come il pistacchio selvatico, contribuendo a un ulteriore oblio per l’olivo. La narrativa di questo albero è complessa e intrecciata con eventi storici che hanno segnato profondamente la cultura agraria della Sicilia.

Oggi, gli oliveti storici assumono un’importanza strategica nel contesto della transizione ecologica. Secondo Gianluca Piovesan, esperto di Dendroecologia, questi paesaggi non solo rappresentano un patrimonio storico-culturale, ma sono anche hub di biodiversità e modelli di sostenibilità. La conservazione di questi ambienti offre l’opportunità di studiare alberi vetusti, selezionati per resistere a condizioni climatiche avverse.

È interessante notare che l’olivicoltura, così come la conosciamo oggi, ha preso piede solo nel XVIII secolo in Italia, ma il suo sviluppo è un processo in costante evoluzione. Recentemente, la situazione climatica ha spinto a selezionare varietà di olivo più resistenti, modificando la geografia di questa pianta in alcune regioni.

Nel 2023, ad esempio, nella Valtellina sono stati piantati 10.000 alberi su versanti soleggiati, mentre in Piemonte sono riprese le coltivazioni in Val di Susa e in altre aree storicamente produttrici di olio, come l’alessandrino, dove durante l’optimum climatico del Medioevo si registravano produzioni significative.

In conclusione, la storia dell’olivo è un racconto affascinante che riflette non solo le trasformazioni agricole, ma anche l’evoluzione delle culture e delle civiltà che lo hanno a lungo venerato. Oggi, tutelare questi paesaggi significa preservare non solo un prodotto, ma un patrimonio culturale inestimabile, testimone di mille anni di interazione tra uomo e natura.

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